BRUXELLES _ MUSEUM CIVA Centre International pour la Ville, l’Architecture et le Paysage "BRUXELLES.TXT"

Fabrizio.MUSA
Bruxelles.TXT

2 Dicembre 2010 > 13 Febbraio 2011
Lunedì > Venerdì | 10.30 > 18.00

Centre International pour la Ville, l’Architecture et le Paysage
55 Rue de L’Ermitage
1050 Bruxelles – Belgio

Fabrizio Musa ci conduce in un mondo dove l’esistente e il modificato, il vero e il possibile, il presente e il virtuale sembrano parlarsi e comprendersi. Da sempre appassionato dell’arte digitale ha coniato il termine “Scanner art” per definire il particolare procedimento con cui realizza le sue opere. Utilizzando lo scanner, Musa trasforma le sue fotografie in file txt (solo testo), ottenendo una riduzione della definizione dell’immagine, accentuata poi manualmente attraverso una pittura in bianco e nero, con rari accenni di altre tinte.

Nato e cresciuto a Como lavora e vive tra l’Italia e New York. Dotato di una forte personalità artistica, Musa è stato protagonista - dal 1996 a oggi - di numerose mostre personali, in Europa come negli Stati Uniti. La sua produzione spazia dalle scene cult dei capolavori cinematografici alle architetture razionaliste, dalle foto di amici e di situazioni quotidiane agli scorci delle città che lo hanno fatto innamorare.

“Musa studia il linguaggio dell’architettura traducendolo in modo autonomo sulla tela, facendolo cioè diventare linguaggio pittorico a tutti gli effetti. L’architettura è sempre stata pensata come spazio, come struttura tridimensionale, e vederla “appiattita” sulla tela è una lettura che non avevo mai immaginato. La sorpresa è che questo tipo di lettura permette di “immaginare” la terza dimensione, che viene però offerta bidimensionalmente, come una cartografia, una radiografia in positivo tra luce ed ombra, con risultati poetici.” Arch. Mario Botta

L’esposizione ospitata dal CIVA - Centre International pour la Ville, l’Architecture et le Paysage – è un omaggio a Bruxelles, uno studio sul melange architettonico che contraddistingue la città e ne identifica le due anime: quella residenziale Art Nouveau e quella istituzionale, fatta dei nuovi palazzi simbolo della Comunità Europea e delle “torri” simbolo della crescita economica. Fabrizio Musa torna a Bruxelles dopo aver realizzato nel 2001 una mostra sul suo lavoro sull’arch. Giuseppe Terragni al Parlamento Europeo. Musa ha appena chiuso la mostra Botta.txt per la Biennale Architettura 2010 di Venezia. Per maggiori informazioni su Fabrizio Musa e sul suo lavoro: www.fabriziomusa.com

La mostra è organizzata da ArT-Za (www.art-za.com), un’agenzia di eventi e comunicazione, specializzata nel management culturale. ArT-Za opera su Bruxelles da oltre tre anni ed è diventata un punto di riferimento per Istituzioni Europee e Società private.

Noi non seguiamo mappe di tesori nascosti e la ‘x’ non indica mai il punto dove scavare
Indiana Jones

LA ‘MUSALIZZAZIONE’ DI BRUXELLES

di Carlo Ghielmetti

C’è un galantuomo che, sigaretta in bocca e macchina fotografica in mano, vaga per le vie delle città del mondo. Fabrizio Musa è a suo modo un modello per l’accezione contemporanea di flâneur ovvero di colui che, nella definizione che ne diede Baudelaire a metà del XIX secolo, rappresentava la figura di un artista che s’immergeva a tal punto nella vita delle metropoli da diventare un ‘botanico del marciapiede’, un conoscitore analitico del tessuto urbano per capire le dinamiche della vita che gli ruota attorno.
Viaggia molto, Fabrizio Musa. E, come un artista d’altri tempi, i suoi, sono viaggi di formazione, dai quali torna con suggestioni, spunti, impressioni che traduce sulle sue tele. Nel suo ‘grand tour’ attorno al globo terrestre, Musa riesce a dare al viaggio una particolare dimensione estetica che lo porta a esaminare con attenzione e minuziosità l’aspetto architettonico dei luoghi visitati, siano essi a New York, in Cina, a Milano o nelle città della sua terra, la Lombardia. Un occhio che Musa si è formato guardando le costruzioni del suo illustre concittadino Giuseppe Terragni e che si è affinato nel tempo con la frequentazione di grandi esponenti dell’architettura contemporanea, quali ad esempio Mario Botta, il cui lavoro è stato protagonista di un’indimenticabile serie.
È stato curiosamente lo stesso Giuseppe Terragni a creare un legame tra l’artista e Bruxelles. Un ciclo pittorico a lui dedicato è stato infatti il tema conduttore di una mostra che si è tenuta nel 2004 nella prestigiosa sede del Parlamento europeo. È da allora che si è instaurata la liaison, mai sopita, tra l’artista e la capitale belga; e questa esposizione non poteva che esserne la sua necessaria conseguenza. Fin dal suo primo incontro, Musa è rimasto sedotto nel profondo dal fascino che questa città emanava. Colpito da quell’insieme di radici antiche che si sposano con i sogni della modernità. Segnato da quel processo che una terminologia curiosa definisce ‘Bruxellisation’, Musa ha colto il meglio di questa città: dal Palazzo Reale all’Atomium, dalla Cattedrale all’edificio che ospita il Parlamento Europeo, dall’Arco di Trionfo al Palazzo delle Generali.
E lo ha fatto con la tecnica che ormai lo ha reso un’icona facilmente riconoscibile della giovane arte figurativa italiana e che affonda le proprie radici in quella cultura pop di gusto americano, di cui Musa si è nutrito fin dai suoi primi passi sulle assi del palcoscenico dell’arte. Le sue creazioni, infatti, giocano sul concetto della riproducibilità dell’opera d’arte, un ideale che gli viene garantito da un passaggio di digitalizzazione delle immagini, raccolte in prima istanza dalla sua macchina fotografica. Tuttavia, questo processo, che rappresenta una necessaria fase tecnica del suo lavoro, mette in atto un metodo che d’ora in poi potremo chiamare di ‘Musalizzazione’, attraverso il quale, l’artista ricava le anatomie delle architetture che cattura, senza che queste rimangano decontestualizzate dal tessuto urbanistico in cui vivono.
Il successivo passaggio sul supporto – tela o carta – altro non è che l’espressione di una manualità ritrovata, di un fare artistico cui Musa si sente molto legato.
Questa serie di quadri ispirati a Bruxelles segnano in maniera decisa, se non definitiva, un passaggio chiave della sua crescita artistica, rappresentata dall’ingresso del colore. Se fino a poco tempo fa, la sua cifra stilistica ruotava attorno al fulcro del bicromatismo ‘bianconero’ – di cui, in quest’occasione, presenta una sola coppia di opere, forse le ultime - Fabrizio Musa ha percorso una strada di maturazione e crescita coloristica che lo ha portato a gestire con misurata attenzione la sua tavolozza. Ora, gioca e si diverte a svelare, a coprire, a rivelare sulle sue tele i colori, a volte in maniera furbesca, facendoli colare dall’alto senza troppe remore o timidezze, a volte in maniera più misurata, ma con un’intensità che pare erodere lo strato cupo del nero e cercare di spingersi verso una nuova dimensione.

INTERVISTA BRUXELLES.TXT

Di Emma Gravagnuolo

Bruxelles.txt è un progetto molto specifico. La selezione dei dipinti, in mostra al CIVA (Centre International pour la Ville, l’Architecture et le Paysage), crea un corpo coerente di lavori e un’atmosfera particolare. Puoi dirmi qualcosa del processo che c’è dietro questa scelta?
Fin dall’inizio il viaggio è stato pensato come un approfondimento non solo di questa città, ma come una ricerca sulla contrapposizione delle diverse architetture presenti. Ho voluto mettere a confronto architetture come l’imponente Palazzo Reale edificato in stile Luigi XVI, con edifici Art Déco e primo Novecento e quelli più avveniristici e moderni.

Hai selezionato molti paesaggi - architetture, spazi vuoti, luoghi quasi astratti di esterni - e solo due tele dove è presente l’uomo. Ma in entrambi i casi questi lavori chiamano in causa il sentimento dell’assenza e l’idea della pittura come una pratica specifica…
Come ti dicevo, per questo progetto l’architettura era al centro della mia ricerca, mentre la figura umana restava in secondo piano. Anche se in qualche tela, come quella che rappresentano l’Arco di Trionfo al Parc du Cinquantenaire o il Parlamento Europeo la presenza dell’uomo nell’immagine era necessaria proprio per dare un riferimento di paragone, per rendere la maestosità di tali edifici.

Le prospettive di alcuni edifici sono estreme, le facciate vengono riprese da scorci obliqui, altri dettagli dal basso…
Cerco sempre di cogliere dei dettagli e delle inquadrature non “semplici”... In genere mi baso proprio sull’istinto, sul momento in cui mi rapporto alla specifica architettura, mi lascio guidare proprio dalle inquadrature che più colpiscono la mia immaginazione. Tento di vedere già quell’immagine, quello scorcio come sarebbero rappresentati sulla tela. Scatto la foto per memorizzarla, per poterci poi lavorare una volta rientrato nel mio studio a Como.

Le tue opere nascono da una fotografia o, meno spesso, da un frame da video. Che relazione ha il tuo lavoro con l’immagine in quanto iconografia? Te lo chiedo perché a partire dal postmodernismo, la pittura ha avuto a che fare con l’eclettismo, lo stile, la superficie, mentre nel tuo lavoro c’è un’attenzione sostanziale verso le immagini come forme specifiche.
La fotografia è un passo fondamentale nella mia ricerca. Viaggio sempre con la macchina fotografica e vivo ogni foto in funzione dell’opera che eventualmente potrebbe nascere. Scegliere la giusta immagine significa essere già ad un ottimo punto per la realizzazione del quadro che nascerà. Più passano gli anni, più cresce l’esperienza, più le foto sono assolutamente mirate al loro scopo finale. Studiando le architetture, le linee, gli spazi, ma soprattutto le luci e le ombre sono fondamentali ai fini della realizzazione dell’opera dipinta su tela. Per questo cerco di scegliere anche momenti della giornata in cui le ombre sono maggiormente accentuate, le forme dell’edificio sono ridisegnate dal sole e dalla luce.

Ogni ciclo di opere dedicato ai luoghi è sempre anticipato da un “viaggio preparatorio” che ti consente di avere il materiale per realizzare poi in studio, le tele. Qual è il tuo rapporto con la fotografia? Cosa deve avere un edificio, un panorama, una chiesa per interessarti?
Deve catturare la mia attenzione. Non c’è un canone particolare che ricorre tutte le volte. Può essere un’architettura antichissima o modernissima, in metallo o pietra... Il mio occhio e la mia macchina fotografica devono vedere il quadro che nascerà. In quel momento scatto e inizio a studiare i progetti dei quadri dalle immagini realizzate.

E in particolare per Bruxelles.txt, quali luoghi hai scelto?
Mi interessavano quelli più comuni come l’Atomium, il monumento in acciaio del parco Heysel, ma anche scorci inaspettati che rivelano contrapposizioni di stili, oppure semplici inquadrature di palazzi magari particolari ma non “noti”.

Quante fotografie scatti per un singolo soggetto? Come ti accorgi che l’immagine è quella “giusta” per poi esser portata su tela?
Scatto sempre meno immagini e sempre più mirate, anche se una decina di foto per ogni edificio mi servono per qualsiasi soggetto, magari riprese in diversi momenti della giornata per studiare l’impatto differente della luce sulle forme.

Quali sono i passaggi nel tuo percorso di ricerca?
I primo passo è l’identificazione del canale su cui si concentreranno poi lo studio e l’approfondimento. Poi mi reco di persona a scattare delle foto cercando di rendere il più possibile l’idea di quello che voglio rappresentare. In seguito c’è la parte dello studio e della scelta dell’immagine giusta attraverso il computer. Riduco la foto in bianco e nero esaltando i contrasti e cercando di ridurla all’essenza di pixel bianchi e neri. A questo punto inizia il lavoro pittorico, prima con un disegno sulla tela, tenendo come riferimento l’immagine originale, poi con la stesura di una serie di colori, per poi intervenire ancora con il bianco e nero riducendo il più possibile ogni parte che non ritengo necessaria ai fini della rappresentazione del soggetto. Diciamo che è un lavoro sulla sintesi dell’immagine... ma è una sintesi che dà, e non che toglie. Accentua infatti, in questo caso sulle architetture, l’effetto della luce e delle ombre sulla struttura degli edifici, spesso rivelando dettagli che a occhio nudo non si possono cogliere.

Il tuo rapporto col colore?
Il colore è fondamentale nei miei quadri, dona profondità e materia alla tela, porta a distinguere l’architettura dallo sfondo, dai cieli... anche se il più delle volte, dopo averlo steso tendo a ricoprirlo per riportare il tutto a una immagine un po’ più distaccata dalla realtà. In pratica il colore si percepisce sempre, anche in una tela totalmente in bianco e nero.

Hai scelto dei formati molto grandi. È una scelta coraggiosa: ovviamente le tele ampie sono più costose ed è più difficile trovar loro una collocazione...
Certo, e ne sono consapevole, ma credo renda molto più l’idea, rappresenti meglio i soggetti e riesco a lavorare più nel dettaglio con misure molto grandi. Anche l’impatto in un’esposizione o in una casa è maggiore.

Qualche parola sulla tela “Bruxelles.txt V” con il panorama della città…
È una delle immagini che mi ha colpito di più e ho passato parecchio tempo ad osservarla anche in diversi momenti della giornata. È proprio qui che si possono notare i differenti stili presenti a Bruxelles, grandi palazzi di vetro e acciaio contrapposti a piccole case di tre o quattro piani in stile Art Déco fino a grattacieli che si stagliano all’orizzonte o all’Atomium che pone la sua firma sullo skyline rendendolo inconfondibile da altre metropoli.

Quando decidi che un dipinto è finito?
A volte mai. Magari questi dipinti li tengo per me in modo tale che quando capisco cosa può essere ritoccato abbia la possibilità di farlo, magari anche dopo un anno o più.

Hai mai distrutto quadri che non ti convincevano?
Questo non è mai successo, ma credo proprio per il fatto che una immagine da cui poi realizzo i quadri è studiata nei minimi dettagli ancora prima della realizzazione dell’opera pittorica. Mi è capitato di coprire cieli colorati che non mi convincevano o addirittura di rifare più volte delle parti di tele fino a quando non mi davano la certezza di rappresentare al 100% quello che era nella mia mente ancora prima di iniziare.

Quali maestri ti hanno suggestionato di più?
Indubbiamente Andy Warhol. La pop art rimane il mio punto di riferimento. Credo si colga anche nei miei lavori più recenti.